Scegli tu, figlio

Non farti scegliere, figlio. Scegli tu.

E non scegliere col cuore, o, peggio,

con l’uccello.

Che i bei culi sfioriscono e il desiderio di essere utile,

di pietà malata malato discendente,

d’esser sepolto di delusioni attende.

Scegli tu, figlio,

e che sia l’intelletto a scortarti.

Che sia una mente sorprendente,

di risate prodiga,

investigativa e sagace;

che se i lombi dovesse solleticarti,

il percorso dell’ingegno intenda e valichi.

Non farti scegliere, figlio. Scegli tu.

Non fugace fiamma di passione,

ma il desiderio di un percorso,

mano leale nella mano,

assieme da peregrinare.

Che meta abbia, o meno,

ti possa regalare

sorpresa

e meraviglia

e stupori a iosa.

Non c’è corpo, né begli occhi, né quantità di orgasmi ambiti

che giustifichino il piattume o la monotonia.

La solitudine vera,

germoglia sulle braci di passioni appassite.

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amore

Non è mai stato amore
questo ambire al tuo culo
dai miei lombi baciato
di orgasmiche speranze.

Amore non fu mai
Desiderar della tua bocca il possesso,
fosse di lingua,
o d’appendici altre, l’accesso.

Possesso amor non è,
trofeo da esibire ad altri occhi avvinti,
tronfia signoria nei tratti rimarcar
“Ella mi appartiene!”

Non è mai stato amore,
di mani i colpi,
di parole le ferite,
di imposte solitudini.

Amare è servire, te e te sola.
Non di cane fedeltà,
ma di umana lealtà.
E’ un progetto condiviso,

è l’orecchio teso.
E’ sollievo inatteso.
E’ il dipanar di rovi, in due,
d’uno spartito, comune, percorso.

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Eterno amore

eterno amore

“Non sei cambiata affatto.”
Non era una bugia: vediamo negli altri quello che vogliamo vedere.
Vediamo negli altri il riflesso di ciò che agli altri sono per il nostro cuore.
E Robbie, nel suo cuore, aveva un ampio spazio a lei dedicato. Una sorta di tempio laico, con immagini, distorte dal tempo, che la ritraevano.
Oh, sì, lei era cambiata, come tutti coloro che hanno il coraggio di affrontare il tempo impossibilitati a limitare le tracce del suo passaggio.
Era lui a non essere cambiato. Era il suo cuore, sempre lo stesso.
Privilegio degli amori impossibili, l’essere eterni.

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“… fammi abbracciare una donna che stira cantando…”

(immagine suggerita da Radio Destiny)

Mi piace arrivarti da dietro,
mentre prepari la cena,
riempire le mani dei tuoi seni
e riconoscerli.
Affondare la faccia sulla tua spalla,
nella curva che conduce al collo,
le labbra là,
dove evitare un brivido non è cosa da umano.
Mi piace fare una battuta,
magari tra la folla,
che nessuno possa comprendere,
nessuno oltre noi due.
Entrare tra i vapori del bagno,
tu nell’accappatoio avvolta,
e asciugarti,
a lungo,
augurandomi sia cosa gradita alla pelle che amo.
Che, nel tuo intimo,
l’umidità non si consumi.
Sogno di maliziosi giochi,
da te sorprendentemente avviati,
su di me,
che tuo mi sento,
che tuo da te sia reclamato.
E’ complicità, l’amore.
E’ essere ladri mascherati,
nessuno il palo, entrambi colpevoli,
furfanti con le mani e le tasche piene
di ciò che è nostro
e solo nostro
può essere.

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Adesso…

C’è che non si dice, non si può, non sta bene,
ma non c’è nulla di volgare
in questo sentire.
Che la mia lingua nella tua bocca,
ora,
sarebbe la massima espressione dell’amore che so.
Il condurti all’abbandono,
il disporti in attesa
di doni altri che ho per te.
Non fosse che la vita altro non è
che un insieme continuo di “adesso”,
adesso è il momento,
di labbra schiudere,
di mani ascoltare,
di amore godere.

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Io c’ero

Quando l’amore mi sbattè con violenza

contro di te, io,

improbabile amante, già c’ero.

Negli anni in cui rimasi l’unica cosa al mondo

incapace di generarti qualsiasi interesse,

ero lì.

Quando venti e mari mi allontanarono

e, mio malgrado, rimanevi l’unico faro,

io c’ero.

Quando gli stessi tornadi decisero fosse il momento

che quell’infinito tormento divenisse anche il tuo,

non mi nascosi.

E non lo feci nemmeno quando

dovetti allontanarti, che la vita,

di gabbie, ne sa costruire anche di dorate, ma gabbie rimangono.

Quando tutto tornò come prima,

io altrove da te, il cuore lì,

la parte restante di me c’era.

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