C’era una gatta

C’era una gatta.

Al mio passaggio in cucina si stendeva sul tappeto

e attendeva.

Così mi chinavo e,

ora dolcemente, ora con più energia,

passavo le unghie dove più

sapevo

le piacesse.

Raramente mi ricompensava con le fusa,

io che avevo sempre sognato che arrivasse

e mi balzasse in grembo,

cercandomi,

al massimo ottenevo che si stendesse sul tappeto

e si beasse dei miei grattini.

E c’era una donna.

Di quando in quando si stendeva

e attendeva.

Così mi avvicinavo

e sfioravo di dita i suoi capezzoli,

di labbra il collo

e affondavo altre mie mani,

ora dolcemente, ora con più energia,

nella fabbrica del piacere.

Il mio premio era un primo orgasmo,

io che avevo sempre sognato che arrivasse

e mi balzasse in grembo,

cercandomi,

al massimo ottenevo che si stendesse sul tappeto

e si beasse dei miei grattini.

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Verrò

Aspetto.
Mi godo l’essere, come sempre, in anticipo e l’avere il tempo di guardarmi intorno e partorire storie come questa.
Milano è caotica sempre, oggi di più; rumori, rumori, rumori.
I botti arrivano dalla mia destra, mentre fissavo uno dei tanti bei culi che sfilano per Milano alla mia sinistra. Mi volto di scatto, cercando di capire, ma uno strano abbaglio mi coglie.
L’immancabile sirena di un’ambulanza mi porta al solito pensiero, “la fortuna è quando non è per noi”.
“Mi sente? Signore? Mi sente?”
Ti sento e ti vedo, che cazzo strilli? Che ci fai qui da me, invece di soccorrere qualche bisognoso?
“Procedo! 1, 2, 3, 4! 1, 2, 3, 4!”
Ma, ehi! davvero mi stai toccando? E com’è che non sono sicuro, cioè, se mi toccassi dovrei esserne sicuro, no?
“Ciao.”
Scusi, signora, non la vedo… dice a me?
“Sei in anticipo.”
Sì, come sempre, ma devo vedere Baroni, lei chi è? Ha bisogno?
E perché sento il respiro affannoso di quell’uomo vestito da paramedico…
“Sono, io. Ho dovuto correre, stavi per non trovarmi, sai? Scherzo, siate in anticipo o no, io sono sempre puntuale. Vieni, andiamo.”
Io… dove? Perché?
E… aspetta! C’è il sole, finalmente c’è il sole! Devo proprio addormentarmi ora, dopo tanti giorni di pioggia?
“Sì, è ora. Andiamo.”
Capita che prima di addormentarmi ripeta mentalmente l’ultima parola sentita quel giorno, di solito un “buonanotte”, magari condito da “amore”.
Nell’ultima notte, questa notte, un “lo perdiamo”.
Non vorrei, ma verrò.

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Il dì di festa

C’è allegria nell’aria. le luci lampeggiano a invitar la gente agli acquisti. nei bar, calici alzati e auguri di buon auspicio, quasi nessuno sapesse che non c’è chi li ascolta e li realizza, cosa evidente dall’anno precedente, da quello prima ancora e dagli altri che si sono susseguiti nel tempo.

I ragazzini per le strade sembrano non vedermi e mi sfrecciano accanto inseguiti dalle voci delle madri che li richiamano a sè. Madri che corrono goffamente e mi urtano, ma non si scusano.

Quasi davanti a ogni attività qualcuno chiede denaro. chi seduto a terra infagottato di abiti smessi da qualcuno; chi con un banchetto su cui puoi apporre una firma; chi con delle riviste o delle candele accese in mano. chiedono a tutti, ma non a me.

C’è stato un tempo in cui l’aria di festa era la mia stessa. ci sono stati giorni in cui lo scodinzolare del cane, il piatto caldo di sorrisi, gli abbracci, erano reali. oh, sì, si cenava con poco e i regali, se c’erano, erano avvolti in carta riciclata, magari del panettiere. ma le promesse del futuro, di amore, di sostegno erano belle e sincere anche quando inespresse. lo sapevi già.

C’erano i suoi occhi, lucenti e guizzanti, e le sue risate erano la ricompensa per gli ospiti. riusciva è vero a ricamar manicaretti con pochi frutti della terra, ma nessuno faceva caso al cibo, nè al vino. erano un di più. Era lei la festa. e lei era ancora con me quando tutti sfilavano ringraziando e la porta si richiudeva.

L’ultima porta che serrai, la serrai sul suo volto ancora capace di parlare e infondere vita nonostante gli occhi chiusi, chiusi come l’ultima casa, per sempre. le lacrime dei presenti erano vere e sommesse, ma lasciarono in fretta spazio a sorrisi in ricordo di lei e della sua voglia di vivere. Furono ancora brindisi e ancora lacrime soffocate in fretta come la manciata di terra che le ho lasciato, con un fiore, subito dimenticati sotto le palate degli operai.

C’è aria di festa per le strade. ma nelle rare occasioni in cui alzo gli occhi e li poso su altri occhi, mai ne incontro di simili ai suoi. mai la stessa vitalità, lo stesso scanzonato modo di ridere del nulla che si possedeva perchè, in fondo, si aveva tutto.

E la vita senza una festa vera, senza un soffio di vento che spazzi il cielo nuvoloso, senza qualcuno che ti prenda bonariamente in giro o ti mandi a sbarbare, non è vita.

Loro lo sanno ed è per questo che non mi vedono. chè io so cosa sia la vera vita e la vera festa. E’ quello che c’era e non c’è più. E’ quello che ho avuto, ma che come ogni festa finisce troppo presto. è quello che accusa loro di essere falsamente festaioli e condanna me a nessun giorno di festa. No, mai più…

dedicato al nonno che passa davanti al mio ufficio e che vorrei mi guardasse e mi dicesse che so cosa sia la vera festa…

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