Piovi

Piovi!

Scaricala quell’acqua, perdio!

Dissolto il Sacro Piave,

dell’UNESCO patrimonio

solo ciottoli incandescenti;

a Bereguardo

le barche del ponte si adagiano,

pigre,

senza chiedere permesso,

sui sassi del fondale.

Al loro “Ehi!”,

sorridono paciose.

Piovi, Cristo santo!

“Che sarà se dalla corrente del Golfo ci siamo emancipati,

del protettivo ozono sbarazzati;

non abbiamo della terra l’asse meglio inclinato?”,

vociano politicanti e industriali.

“Tu fai il tuo e piovi!”

Te lo chiedo anch’io,

senza arche di salvataggio,

né messaggeri da deridere,

piovi, per cortesia.

Piovi, quaranta notti e quaranta dì,

un’altra volta.

Ancora.

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Poeta maledetto

Poeta maledetto non nacqui,

ma mi cimentai a diventare.

Di quelli che la buttano giù cruda

e che,

anche se a pesci in faccia le pigliano,

hanno stuoli di fans assatanate.

Ma ero troppo d’animo delicato

e la versione sfigata di Leopardi mi sentivo.

Così indurii il linguaggio

e dal cantar d’amore

a parlar di figa m’ingegnai.

A lavarmi saltuariamente cominciai;

e poi a bere,

che senz’alcool, che maledetto puoi essere?

Presi a fumare e a insultare per qualsiasi cosa,

così,

come solo un poeta veramente maledetto sa fare. Può fare.

Lo specchio mi disse “Ecco,

ora ci sei!”

La penna sentenziò,

di scarabocchi muta,

che a inseguir altro

me stesso persi.

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C’era una gatta

C’era una gatta.

Al mio passaggio in cucina si stendeva sul tappeto

e attendeva.

Così mi chinavo e,

ora dolcemente, ora con più energia,

passavo le unghie dove più

sapevo

le piacesse.

Raramente mi ricompensava con le fusa,

io che avevo sempre sognato che arrivasse

e mi balzasse in grembo,

cercandomi,

al massimo ottenevo che si stendesse sul tappeto

e si beasse dei miei grattini.

E c’era una donna.

Di quando in quando si stendeva

e attendeva.

Così mi avvicinavo

e sfioravo di dita i suoi capezzoli,

di labbra il collo

e affondavo altre mie mani,

ora dolcemente, ora con più energia,

nella fabbrica del piacere.

Il mio premio era un primo orgasmo,

io che avevo sempre sognato che arrivasse

e mi balzasse in grembo,

cercandomi,

al massimo ottenevo che si stendesse sul tappeto

e si beasse dei miei grattini.

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Scegli tu, figlio

Non farti scegliere, figlio. Scegli tu.

E non scegliere col cuore, o, peggio,

con l’uccello.

Che i bei culi sfioriscono e il desiderio di essere utile,

di pietà malata malato discendente,

d’esser sepolto di delusioni attende.

Scegli tu, figlio,

e che sia l’intelletto a scortarti.

Che sia una mente sorprendente,

di risate prodiga,

investigativa e sagace;

che se i lombi dovesse solleticarti,

il percorso dell’ingegno intenda e valichi.

Non farti scegliere, figlio. Scegli tu.

Non fugace fiamma di passione,

ma il desiderio di un percorso,

mano leale nella mano,

assieme da peregrinare.

Che meta abbia, o meno,

ti possa regalare

sorpresa

e meraviglia

e stupori a iosa.

Non c’è corpo, né begli occhi, né quantità di orgasmi ambiti

che giustifichino il piattume o la monotonia.

La solitudine vera,

germoglia sulle braci di passioni appassite.

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amore

Non è mai stato amore
questo ambire al tuo culo
dai miei lombi baciato
di orgasmiche speranze.

Amore non fu mai
Desiderar della tua bocca il possesso,
fosse di lingua,
o d’appendici altre, l’accesso.

Possesso amor non è,
trofeo da esibire ad altri occhi avvinti,
tronfia signoria nei tratti rimarcar
“Ella mi appartiene!”

Non è mai stato amore,
di mani i colpi,
di parole le ferite,
di imposte solitudini.

Amare è servire, te e te sola.
Non di cane fedeltà,
ma di umana lealtà.
E’ un progetto condiviso,

è l’orecchio teso.
E’ sollievo inatteso.
E’ il dipanar di rovi, in due,
d’uno spartito, comune, percorso.

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Lacrime nere

petrolio Genova

Piangi, Terra,
tu Madre,
di ignavi figli genitrice,
figli ladri dei tuoi pochi averi,
di disprezzo pregni de’ tuoi sacrifici.

Piangi, Terra,
le mani tra i capelli,
ginocchia su ciottoli,
singhiozza del giusto il gemito
Madre premurosa di ingrati figli, unica colpa.

Piangi, Terra,
cui il mal non appartiene,
erutta tristezze e rabbia,
foss’anche nera
l’ultima tua lagrima.

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Human

C’erano uccelli. Un raduno.
Uccelli che si ritrovano,
che gioiscono,
che paiono danzare in cielo
come se il cielo fosse loro,
come se il cielo fosse per loro.
Aspettavano un segnale,
che il cielo, loro padre, avrebbe dato a breve,
per partire.
Noi che non capiamo cosa significhi,
essere uccelli e padroni del cielo, dico,
noi, lo chiamiamo migrare.
Sopravvivere, direi.
E c’erano uomini che altro non aspettavano
che quel segnale,
che di vederli partire.
Caccia, la chiamano.
Uccidere, direi.

E c’erano altri uomini. Un raduno.
Nessun cielo per loro, solo lo sterminato mare.
Nessuna gioia, nessuna danza.
Migranti, li chiamano.
Sopravvivendi, direi.
E c’erano uomini che altro non aspettavano
che un segnale,
che di saperli partiti.
Naufragio, lo chiamano.
Uccidere. Direi.

(Grazie a Daniele Mattioli – “Human“, il film)

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Pregiudizio e realtà

Ammettiamolo, dai.
La realtà non esiste.

Esiste la MIA realtà, quella che io percepisco dall’alto della mia piccolezza.
Esiste la TUA realtà, quella che tu percepisci dall’alto della tua medesima bassezza.

Ed esiste il pregiudizio, il mio, e il tuo. Ed è quello il filtro maggiore, quello che permette a me di ridere di una battuta e a te di offenderti per la medesima battuta. O, viceversa.

Ammettiamolo, dai.

Siamo esseri talmente piccoli, bassi, insignificanti, da considerarci alti, possenti e intoccabili.

Se intelligenza c’è, accetto lo stato di cose e quando sto per giudicare, faccio l’impossibile perché il filtro sia il più possibile fuori fuoco.

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Studia, figlio

Studia, figlio, studia.
No, non intendo solo “Prendi un diploma”, o una laurea.
Intendo esamina; scava; esplora.
Non ti fermare alla superficie, figlio,
sia di un cuore,
di una foglia,
di un discorso.
Studia, figlio, non smettere mai.
Qualsiasi cosa ti susciti emozione, o meraviglia, sviscerala.
I testi non ti mancheranno, oggi.
Scoprirai solo a tempo debito che matematica e musica
sono la stessa cosa.
Che questioni apparentemente senza vincolo alcuno
sono la soluzione di enigmi
incompresi, non svelati,
da chi non sa associare l’apparentemente inassociabile.
Studia, figlio, e valuta.
Il buono è per te,
il resto lo porti il vento.
E tante più saranno le rughe del tuo improvvisato maestro
tanto più tendi le orecchie
e associa ciò che sai a ciò che stai scoprendo ora.
La vita o la morte o la libert
nella tua testa albergano
e tanto più ne sarai padrone,
tanto più sarai libero, anche in prigione.
Altri segreti, la felicità non ha.

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