Scegli tu, figlio

Non farti scegliere, figlio. Scegli tu.

E non scegliere col cuore, o, peggio,

con l’uccello.

Che i bei culi sfioriscono e il desiderio di essere utile,

di pietà malata malato discendente,

d’esser sepolto di delusioni attende.

Scegli tu, figlio,

e che sia l’intelletto a scortarti.

Che sia una mente sorprendente,

di risate prodiga,

investigativa e sagace;

che se i lombi dovesse solleticarti,

il percorso dell’ingegno intenda e valichi.

Non farti scegliere, figlio. Scegli tu.

Non fugace fiamma di passione,

ma il desiderio di un percorso,

mano leale nella mano,

assieme da peregrinare.

Che meta abbia, o meno,

ti possa regalare

sorpresa

e meraviglia

e stupori a iosa.

Non c’è corpo, né begli occhi, né quantità di orgasmi ambiti

che giustifichino il piattume o la monotonia.

La solitudine vera,

germoglia sulle braci di passioni appassite.

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Lacrime nere

petrolio Genova

Piangi, Terra,
tu Madre,
di ignavi figli genitrice,
figli ladri dei tuoi pochi averi,
di disprezzo pregni de’ tuoi sacrifici.

Piangi, Terra,
le mani tra i capelli,
ginocchia su ciottoli,
singhiozza del giusto il gemito
Madre premurosa di ingrati figli, unica colpa.

Piangi, Terra,
cui il mal non appartiene,
erutta tristezze e rabbia,
foss’anche nera
l’ultima tua lagrima.

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La verità

La verità è che non me ne farò nulla dei vostri pianti.
Non sentirò nemmeno i vostri plausi e non vedrò le vostre faccine tristi postate negli anniversari.
Le frasi di circostanza, benché sentite, non mi saranno di nessun conforto.
E’ oggi che sono vivo. E’ ora che combatto le mie battaglie.
E’ adesso che ho scelto di non piegarmi al normale ciclo “ti alzi, lavori, aspetti il sabato, muori”.
E’ ora che se provi qualcosa per me, e ti va di dimostrarlo, io posso beneficiarne.
E’ ora. O mai più.

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Io, Africa

Quando veniste a sconvolgere le nostre tradizioni,
a strapparci a centinaia e a migliaia di migliaia dalle nostre terre;
i più fortunati per lavorare in catene le vostre terre,
i più sventurati, a milioni, per morire in mare,
io c’ero.

Quando decideste che ciò che possedevo vi lusingava
e a forza iniziaste a strapparmelo;
che gli sventurati che vi camminavano sopra,
solo un effetto collaterale, estinguibile con venefico gas, fossero,
io c’ero.

Venne il momento in cui comprendeste che onorandone alcuni
avreste creato fazioni per il bene dei vostri mercanti d’armi
e dita nere cominciarono a sparare per voi
proteggendo le vostre ruberie e ingrassando i produttori di armi da macello.
E io ero lì.

Produttori di immondizia immortale,
trovaste giovamento da prezzolati traditori
che vi permisero di seppellire carcasse e rottami,
scorie e mortiferi veleni.
E io lì.

Quando infine vi vomitai i miei figli, di pace vestiti,
come una madre mette in salvo la prole,
a certa morte destinata, com’ella a sua volta,
e di nuovo come feccia inadatta li accoglieste,
io c’ero.

Africa, mi chiamo.
Madre in lutto da secoli, questo sono.
Terra stuprata a strapparmi le interiora
buona a seppellirmi il vostro male
rigettata, io vergine, come guerrafondaia battona.

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Fuggi dalla gabbia

FUGGI DALLA GABBIA
Io vi ho visti, liberati da ogni oppressione.
Dal “sarò abbastanza bello?” e dal “saranno fighi i miei vestiti?”.
FUGGI DALLA GABBIA
Vi ho visti senza paranoie, liberi dal “mi fraintenderanno?”.
Vi ho sentiti, nessuna preoccupazione stile “sarò abbastanza intonato?”
FUGGI DALLA GABBIA
La gabbia sei tu e le sbarre hanno la forma delle tue paure.
Le sagomi con sembianze umane, quelle del tuo vicino di posto, dal quale desideri provenga approvazione.
E poi arriva Lei.
La musica ti prende per mano, ti fa alzare gli occhi al palco.
Ti distrae da te e ti concentra su ciò che avviene, su ciò da cui ti lasci coinvolgere, volontariamente.
Non pensi più alle tue scarpe, che non vedi. Al tuo odore che si mischia con altri odori.
La voce si miscela ad altre voci, in una voce sola, magica, universale, per quanto quel luogo in quel momento sia l’intero universo.
Il lavoro della parrucchiera viene sconvolto, che le cose belle della vita spettinano, e non ti importa più.
FUGGI DALLA GABBIA
Che le vie d’uscita ci sono e, mentre ero su quel palco, almeno una te l’ho indicata.

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Che ne sai tu di un campo di grano

 Che ne sai tu di un campo di grano

Dal terrazzo posso vedere i campi a pochi metri, oltre la rete che separa le proprietà.
Ah, le proprietà…
Il grano si erge con principesca eleganza e attende il sole, quello vero, quello pieno, per abbronzarsi e imbiondire.
Posso dominare qualche ettaro, ma mi concentro prima su una decina di metri quadrati, poi, forse, su un centinaio. Non c’è un filo d’aria, tutto è assolutamente immobile. La giornata ideale per percepire una qualsiasi delle presenze che un tempo avrebbero albergato, trovando rifugio e cibo, fra gli steli ritti.
Tutto è immoto.
Non un gambo che si scosti indispettito dal passaggio di un topo, o di un riccio. Nessuna traccia di talpe.
Contando forse una ventina in tutto i papaveri, vorrei scavare per assicurarmi che almeno le formiche o i lombrichi insistano quanto meno per ossigenare quel terreno.
Le api, uno sciame benedetto, che solo ieri parevano cercare rifugio tra le mie finestre sono scomparse. Qualche cadavere è ancora sul davanzale e non ho il coraggio di allontanarlo, e lo immagino rianimarsi e regalarmi il suo ronzio.
Mi concentro di nuovo sui campi e spero di vedere, non dico le allodole, i passeri prendere d’assalto quel ben di Dio; le rondini andare avanti e indietro, avanti e indietro, a gonfiare gote di insetti da portare ai piccoli.
Tutto, terribilmente, immoto.
Col fumante rombare arriva un trattore. Il grano è scosso dal suo passaggio; qualche spiga non si alzerà mai più.
Eccola la presenza di vita. Un uomo.
Ancora per quanto, non so.

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Both sides of the story

C’era un eroe. No, un terrorista.

Una creatura mostruosa avanzava. O un semplice ragno cercava il suo pasto.

Ha alzato la mano su di lei. Era armata di carezze.

Ha derubato lo Stato. Non aveva più di che saldare ora che lo Stato non lo saldava più.

Nasce un nuovo complesso funzionale. Nuove colate di cemento ingoieranno l’erba.

E’ una troia o ha troppo amato?

E il barbone? Già vinto in vita da morbo impronunciabile?

Umiliato come la pace, usata solo per mascherare missioni di conquista?

Una mano nera di petrolio grondante rosso sangue?

Figlio di carezze più violente del più sonoro ceffone?

 

L’alluvione ha spazzato via case e vite. Gli alberi da indecenti mani abbattuti non hanno potuto trattenere la terra erosa.

Si è tolto la vita per amorosa delusione. E’ stato reso debole, troppo debole, da coloro che promisero, falsamente, di occuparsi anche di lui.

L’uomo ti scava negli occhi. E sempre lì che si rifugia il vero.

Perché ogni storia ha due volti.

Quello del conquistatore vittorioso da onorare nei libri di storia.

E quello dell’invaso che ne odiò il braccio armato.

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Tutto passa

Ricorda, figlio, che tutto passa.

Passa un amico, passa il tuo cane.

Se ne va la passione, finisce il temporale.

Cessa il cannone di sparare, muore il potente.

Passano le stagioni, sparisce sotto i tuoi occhi il tempo.

Tutto passa.

Ciò che resta è solo ciò che serba, gelosamente, il tuo cuore.

Ciò a cui tu dai valore e che ti forgia ed essere ciò che sei. O sarai.

Fino a che, a tua volta, passerai tu anche, restando dono nel cuore di coloro che contribuirai a forgiare.

Altro segreto, l’eternità non ha.

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