24 febbraio 1990: ci lascia Sandro Pertini

Sandro Pertini

Ero un ragazzo. Ho trascorso più di metà della mia vita senza di lui. Eppure, a distanza di tanti anni, la sua figura ricorre come presenza costante e nell’avvicinarsi di qualsiasi anniversario che lo riguardi la nostalgia si fa più forte. Segno che nessun uomo politico, da allora, abbia saputo ottenere il rispetto che solo un uomo fedele ai suoi principi dal primo all’ultimo giorno riesce a instillare. Come Sandro Pertini seppe fare. Un brano, mio, che lo vuole celebrare.

(sempre grazie a Emanuele Cerullo, Roberto Sironi, Federica Sironi, Franco Poggiali Berlinghieri, Luca “BIOS” Liviero per la collaborazione)

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Ti voglio felice

Ti voglio felice, prendimi per mano.
Strappami un sorriso, meglio,
una risata.
Ti voglio felice, rendimi certo del tuo affetto.
Abbracciami, a lungo,
fammi il solletico.
Ti voglio felice, gioca con me.
Alza la spada che ti porgo,
qualche volta vinci, qualche volta perdi.
Ti voglio felice, sono qui per questo.
Se amore è dare, e se dare è gioia,
dammi te e, per qualche attimo almeno,
sii felice come me.

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Invecchiare

Li vedi questi capelli?
Non ci litigassi ogni santo giorno,
impedendogli di mostrarsi per ciò che sono,
ti direbbero per primi
che il tempo passa, è passato,
e poco ne rimane.
E io non ho più tempo
per inseguire capricci,
indovinare desideri e momenti giusti.
Non ho più voglia di dimostrare
-che cosa, poi?-,
di spiegare,
di giustificare.
Non ho più fiato,
e dio sa se ne occorre,
per rincorrere ciò dovrebbe essere mio,
che meritato sento,
che promessomi è stato.
Questo sono. Questo ero.
E se il tempo mi ha plasmato
-lui può, tu no-
in qualcosa di diverso
o mi ha palesato in ciò che davvero sono
e da te ignorato,
non mi spiace, questo sono.
E non cambierò se non per me
per essere di me fiera, oggi e sempre,
fino all’ultimo respiro.
Che arriverà, con te o senza te.

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Tutto come prima

E poi ci ritorni.
E’ uno di quei posti dove le persone arrivano assieme, ora dopo ora, ognuna col proprio bimbo bisognoso di cure. Quattro arrivano, quattro vanno. Tre arrivano, tre vanno. E così via, tutto il giorno.
E’ uno dei posti col più alto tasso di umanità al mondo.
Chi è seduto, in attesa che il proprio figlio concluda la seduta, sorride a chi entra e chi arriva sente il benvenuto, silenzioso, solidale, degli altri.
E’ uno di quei posti dove gli altri siamo noi. Tutti.
E’ uno di quei posti dove nessuno si sente uno “sfortunato”. Ché, un bambino con difficoltà non è un gratta e vinci perdente; è una benedizione con una sfida diversa. O non hai mai paura, attimi di puro terrore, per il tuo figlio “sano”?
E’ uno di quei posti, finché ci saranno, in cui non puoi non andare se vuoi respirare umana fratellanza. E quando esci, ti porti il tuo sorriso beato fino al momento in cui realizzi di esserne uscito. E tutto torna esattamente, maledettamente, come prima.

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Robbie Nash

Tu sei il tuo nome.
Il tuo nome racchiude tutto di te.
Quando ti presenti con il tuo nome, stai dicendo tutto, ma proprio tutto, di te.
Qualunque sia, il tuo nome contiene le tue vittorie. Le cose di cui vai fiero e quelle che, se solo avessi potuto, avresti rifatto.
Dici “questo sono io”, che tu sia alto o no, biondo o no, e contiene le sofferenze e le sberle della vita che ti hanno portato a essere ciò che sei. Rappresentato dal tuo nome.
E non cambia il fatto che tu lo dica sorridendo, o insofferente. O a denti stretti. Lui, sei tu tutto intero.
Nessuna delle singole cose che, le abbia costruite pezzo per pezzo, o le abbia subite; nessuna singola vittoria, o singola sconfitta; o poesia scritta o battuta fatta, nessuna cosa, è tutto te. Era te nel medesimo momento in cui l’hai partorita, ma già dopo pochi secondi tu eri altrove, in altre faccende attento e nessuna vittoria o battuta felice dà più la stessa emozione se ribadita nuovamente.
Io sono Roberto Mazzuia. Tutti i miei sbagli, tutte le ferite inferte, o le risate strappate; nessuna di queste cose E’ me. Nessuna singola canzone, o scritto incazzato E’ me.
E se do un titolo a ogni pezzo, se gli do un nome, è perché quel titolo riassume tutto quello scritto. Che non è me, se non un po’.
Così nasce una piccola parte di me, parole, una storia, incidentalmente in musica. A cui darò un nome, non il mio, perché, in fondo, non è davvero me.

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Barabba forever

Ho sognato che Pertini scendeva dai cieli
a bordo della sua pipa.
Ha preso a testate il furfante che lo impersonava,
inopportuno e abusivo,
e mentre quello sanguinava in diretta tv
si voltava, astioso,
verso di me.
“E tu? Cosa aspettavi?”
Il “Che”, mi dà una botta sulla spalla,
e mi tende un mitra.
“Hai finito con le chiacchiere, compagno?”
Dietro di lui i fratelli Cervi, papà Alcide in testa,
“l’amico dei mafiosi voleva incontrarmi. E’ l’ora, andiamo.”
Mi aspettavo Mameli in persona
a intonare l’inno.
Matteotti passò loro innanzi
e, non degnandomi d’uno sguardo,
sibilò: “E’ un ignavo della peggior specie.
Non otterrete nulla da lui.”
Mi sono svegliato.
Volevo chiedere loro di attendermi,
anzi, no,
volevo correre per raggiungerli.
Ma mentre la folla alzava la voce
giurerei di aver sentito la mia
al coro unirsi.
“Barabba! Barabba!”

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Figlio…

Non mi importa che tu eccella, figlio. Voglio tu sia felice.
Non mi interessa che diventi un campione. Voglio che tu sia felice.
Non m’importa di alti voti come, domani, del modo in cui ti procurerai da mangiare. Voglio che tu sia schifosamente felice e orgoglioso di te.
Al mondo non esiste nulla di più bello di te, per me, ma sarebbe lo stesso se non lo fossi anche oggettivamente. Voglio tu stia bene con te.
Non hai nessuna responsabilità sulla mia gioia e il mio essere orgoglioso di te è intrinseco nel concetto stesso di essere tuo padre. Se non mi fai disperare ne gioisco perché so che stai facendo ciò che ti permette di stimarti e di non avere qualcosa di cui pentirti.
Non posso sapere quanto tempo mi sarà dato per goderti. So che ogni giorno sarà stato un dono e che ogni singolo abbraccio ricevuto, lo giuro, farò in modo di essermelo meritato.
Pensa a te, solo a te. Imparerai non sia egoismo insano, ma una modalità di ricarica; che una torcia scarica non potrà mai illuminare la vita di alcun altro.
Non m’importa se verrà il giorno in cui non ricorderai più la mia voce. M’importa sia fiero di ogni singola parola esprimerà la tua.
Che la via che porta alla felicità, la tua, personalissima, via, tu non smetta mai di perseguire.

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Il tuo diario

Ti regalai un diario, figlio.
Pagine bianche sorvegliate da un lucchetto che le tue mani solo potessero sciogliere.
Ti raccomandai di riempirle, non di parole, ma di te.
Di annotare meraviglie. E sentimenti nuovi.
Di momenti in cui stavi bene e del perché.
Ti suggerii di evitare le note stonate della vita, che,
quelle,
non hanno bisogno di annotazioni per farsi ricordare.
Ti pregai di rammentare almeno una ragione di gioia al giorno
e lì, fermarla per sempre
ché, domani,
avresti avuto di che nutrirti nei giorni bui.
E anche in quelli,
non fosse altro per non lasciare una pagina bianca,
prima di coricarti,
spalancassi una finestra per scorgere la meraviglia nello stellato cielo,
o del grillo il canto,
foss’anche del pippistrello
l’irregolare volo.
I tuoi successi non scordare, figlio.
Ogni conquista vale un ricordo,
a soffocare la tentazione di cedersi,
vinto,
alle sconfitte.
So che non godrò mai della sua lettura.
So che, pigro, lo dimenticherai spesso.
Ma so per certo,
che non lasciandolo intonso
avrai ragioni per sorridere.
E per amarti ed essere di te orgoglioso
la giusta parte di quanto tuo padre lo è di te.

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